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La vicenda risale a inizio 2012: A.M., cittadino angolano, presenta domanda al Comune di Castellamonte (Torino) per ottenere un assegno destinato a nuclei familiari con almeno tre figli minori. Cinque mesi dopo, però, la domanda viene respinta perché l'uomo, a parere degli uffici comunali, non avrebbe avuto il requisito indispensabile della cittadinanza italiana o comunitaria.

A.M. aveva presentato ricorso davanti al giudice del lavoro del tribunale di Ivrea: essendo titolare dal 2003 di un permesso di soggiorno di lavoro (regolarmente rinnovato), e avendo più volte fatto richiesta di permesso per lungosoggiornanti (permesso negatogli, per via del reddito troppo basso), riteneva di aver diritto a quell'assegno. Con sentenza del 25 luglio scorso, il giudice del lavoro Matteo Buffoni ha dato ragione al cittadino angolano, dichiarando discriminatorio il comportamento del Comune di Castellamonte che aveva negato l'assegno e condannando il Comune stesso a riconoscere l'assegno e l'Inps a erogarlo. L'Inps dovrà quindi corrispondere 1.760 euro per il 2012, oltre agli interessi, mentre a carico del Comune saranno le spese legali di 3.250 euro.

"L'ordinanza -  spiegano dall'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione, che ha dato pubblicità alla vicenda - apporta un ulteriore tassello alla complicata vicenda dell'assegno famiglie numerose: sinora la giurisprudenza aveva esaminato la questione quasi esclusivamente sotto il profilo del diritto dei lungosoggiornanti, e solo la Corte d'appello di Milano si era pronunciata (anche se in modo meno chiaro) sul diritto di un non-lungosoggiornante, anche in quel caso riconoscendo l'assegno".

Per il giudice di Ivrea l'assegno va collocato tra le prestazioni essenziali "destinate al sostentamento della persona e alla salvaguardia di condizioni di vita accettabili per il contesto familiare". Su questa base il magistrato ha applicato i principi elaborati da Corte Costituzionale e Cassazione in tema di prestazioni di invalidità, riconoscendo cioè la illegittimità del collegamento con un titolo di soggiorno che vincola la prestazione a un requisito di reddito e a un requisito di durata della residenza ben superiore a quella permanenza "non episodica e di non breve durata", cui fa riferimento la Corte Costituzionale. Per il giudice eporediese, dunque, sulla base della precedente sentenza della Suprema Corte, A.M. "non è uno straniero soggiornante sul territorio dello Stato per un breve periodo, o in violazione delle leggi in materia di immigrazione: non appartiene pertanto alla categoria delle persone che non contribuiscono al finanziamento dei servizi pubblici".

Reazioni caute, ma ovviamente tutt'altro che soddisfatte, quelle  che  trapelano  dal Comune. Viene fatto presente che gli uffici hanno svolto il proprio compito nel rispetto delle regole vigenti.

 

Fonte: Il Risveglio popolare

“Al di là delle polemiche di questi giorni, prendiamo atto che il neo presidente Tavecchio ha affermato , anche oggi, di essere stato equivocato. Ci attendiamo ora da lui un forte pragmatismo anche nella lotta a ogni forma di razzismo. Il calcio è per i più giovani – a cui lui spesso si rivolge – un ambito di elezione dove promuovere la cultura del rispetto e il valore delle differenze”. Così Marco De Giorgi, Direttore dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, commenta l’elezione di Carlo Tavecchio alla guida della nuova Figc. “Nella lista di cose da fare, annunciata per il 18, ci aspettiamo da lui misure concrete e non solo dichiarazioni contro il razzismo che sta diffondendosi, in modo pericoloso, nello sport. Il neopresidente potrebbe ad esempio accogliere la proposta dell’Unar di istituire un Fondo destinato a finanziare iniziative per i più giovani di prevenzione ed educazione contro il razzismo negli stadi”. “Il Fondo – continua De Giorgi – potrebbe essere alimentato anche con parte delle somme derivanti dalle sanzioni comminate alle società per fatti razzisti. Siamo convinti che sarebbe un ottimo inizio” – conclude De Giorgi.

Fonte: Unar

Condanna per l'avvocato Carlo Taormina che, nel corso di una nota trasmissione radiofonica, aveva più volte dichiarato che non avrebbe mai assunto collaboratori omosessuali.

Il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto il carattere discriminatorio delle sue affermazioni e condannato l’avvocato al pagamento di un risarcimento del danno, pari a € 10.000, a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, nonché alla pubblicazione della sentenza sul quotidiano nazionale “Il Corriere della Sera”.

Secondo il Tribunale, le dichiarazioni dell'avvocato costituiscono "espressioni idonee a dissuadere determinati soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell'avv. Taormina e quindi atte ad ostacolarne l'accesso al lavoro od a renderlo maggiormente difficoltoso". A tali dichiarazioni, continua il Tribunale, "deve essere attribuita natura discriminatoria integrando un'ipotesi di discriminazione diretta ed una chiara limitazione delle condizioni di accesso all'occupazione e al lavoro in violazione dell'art. 3, comma 1, lett. A) del d.lgs. 216/03".

E' il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un'associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI.

 

Fonte: Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford

Si svolge oggi a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la riunione del “Tavolo Interreligioso per l’Integrazione”, un incontro con gli esponenti delle diverse confessioni religiose presenti in Italia. L’evento, convocato dell’On. Franca Biondelli, Sottosegretario al Ministero del lavoro e delle politiche sociali con delega all’integrazione, è organizzato in collaborazione con il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali).

“Con questo incontro di oggi - afferma Biondelli – vogliamo dare un nuovo slancio al dialogo interreligioso che rappresenta uno strumento fondamentale per avviare percorsi virtuosi di inclusione sociale attraverso il riconoscimento dei valori comuni a tutte le fedi: pace, tolleranza, armonia e intesa reciproca”.

Al Tavolo, che vedrà la partecipazione dei rappresentanti religiosi delle comunità straniere e italiane, oltre al Sottosegretario Biondelli, parteciperanno il Cons. Ermenegilda Siniscalchi, Capo del Dipartimento delle Pari Opportunità, e il cons. Marco De Giorgi, direttore dell’UNAR, che interverranno sul tema delle discriminazioni su base religiosa rilevate dal Contact center dell’UNAR.

“Bisogna ripensare – afferma Biondelli - di comune accordo, con le confessioni religiose, i servizi in chiave multireligiosa e antidiscriminatoria. A tal fine proporremo una serie di incontri tematici per la definizione di azioni positive che mirino ad abbattere il muro del pregiudizio e dell’intolleranza che, purtroppo, ancora oggi esiste, come dimostrano le vergognose scritte antisemite che in questi giorni sono comparse nella zona di S Giovanni a Roma”.

L'incontro sarà moderato da Giovanni Augello, giornalista del Redattore Sociale. Previsti anche interventi dei rappresentanti delle confessioni religiose.

Fonte: Unar

Il Tribunale di Oristano, con sentenza del 6.6.2014 ( est. Carboni), ha ribadito il diritto di accesso ai concorsi pubblici per infermiere per tutti gli stranieri titolari di un permesso per lavoro, anche se non lungosoggiornanti, confermando cosi l’insufficienza della estensione introdotta con la ‘legge europea 2013’, che ha limitato l’accesso al pubblico impiego degli stranieri di Paesi terzi non membri dell’Unione europea ai soli lungosoggiornanti, ai familiari di cittadini UE e ai rifugiati e titolari della protezione sussidiaria. Questo sulla base della previsione normativa contenuta nell’art. 40 c. 21 del d.P.R. n. 394/99, applicativa dell’art. 27 del d.lgs. n. 286/98 (T.U. immigrazione), in base al quale “le strutture sanitarie, sia pubbliche che private, sono legittimate all’assunzione degli infermieri, anche a tempo indeterminato, tramite specifica procedura”.

Fonte: ASGI

Sono state rese note nei giorni scorsi le motivazioni con le quali il Tribunale penale di Trento, con sentenza pronunciata il 15 maggio scorso, ha condannato il consigliere circoscrizionale di Trento, Paolo Serafini, per il reato di diffamazione di cui all’art. 595 c.p. aggravato dalle finalità di odio razziale di cui all’art. 3 della legge n. 205 /1993, per avere pubblicato sul proprio profilo Facebook un commento gravemente lesivo della reputazione dell’allora ministra dell’Integrazione Cecile Kyenge, invitandola a tornare “nella giungla dalla quale è uscita”.

Il collegio penale di Trento ha respinto le argomentazioni difensive, secondo cui le frasi pubblicate rientrerebbero nell’esercizio del diritto costituzionale tutelato di libera manifestazione del pensiero. Il collegio giudicante di Trento ricorda infatti la granitica giurisprudenza di Cassazione secondo cui in tema di diffamazione, “il limite della continenza nel diritto di critica è superato in presenza di espressioni che, in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato” (sentenza n. 15060/2011), ovvero “in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale dell’avversario” (sentenza n. 8824/2010 e sentenza n. 4938/2010). Riguardo alla sussistenza dell’aggravante del reato commesso con finalità di odio razziale, il collegio penale di Trento rileva che la frase pubblicata sul suo profilo dal Serafini costituisce “una consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, nel contesto in cui è maturata, avuto anche riguardo al comune sentire, di un sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l’origine etnica o il colore e cioè di un sentimento immediatamente percepibile come connaturato alla esclusione di condizioni di parità”. Anche alla luce del consolidato orientamento della Cassazione, maturato con le sentenze n. 9381/2006, 38591/2008, 25870/2013, 11590/2010), il collegio giudicante di Trento pertanto ritiene sussistente l’aggravante del reato commesso con finalità di odio e discriminazione razziale. Alla luce di quanto il Tribunale penale di Trento ha condannato l’imputato Serafini alla multa di 2,500 euro e al risarcimento del danno alle associazioni costituitesi parti civili, tra cui l’ASGI, oltre al pagamento delle spese processuali.

Fonte: ASGI

Il contrasto ad ogni forma di discriminazione trova spazio nel Programma della Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea. “La Presidenza”, si legge nel documento, “attribuisce grande importanza al principio di non discriminazione, come sancito dall’articolo 19 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e come indicato nella Direttiva 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, nonché dalla Direttiva quadro sull’occupazione 2000/78/CE. La Presidenza accorderà particolare attenzione alla necessità di rafforzare la non discriminazione, promuovendo una conferenza ad alto livello e portando avanti i negoziati in seno al Consiglio sulla Direttiva recante applicazione del principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale. Con specifico riguardo all’inclusione dei Rom, la Presidenza ospiterà la quarta riunione dei punti di contatto nazionali per i Rom al fine di rafforzare le iniziative concernenti l’attuazione delle strategie nazionali in conformità con il quadro UE. Inoltre, durante la Settimana per l’Occupazione, la Presidenza italiana intende concentrare l’attenzione sulla gestione della diversità”.

Maggiori informazioni sul Programma del semestre italiano di Presidenza possono essere trovate qui.